Insieme a Prodi all’ONU

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Vi scrivo da New York, dove ho partecipato con il Presidente Consiglio Romano Prodi al summit voluto dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon per rilanciare l’agenda globale sui cambiamenti climatici. Si tratta del convegno mondiale sul clima con la maggiore presenza di capi di Stato e di governo (oltre settanta) mai realizzato finora, con la partecipazione di delegazioni da 150 paesi.

Prodi è intervenuto con il discorso che pubblico qui sotto, e che ho molto apprezzato. Credo che sia da sottolineare soprattutto quando ha sostenuto che l’Italia continuerà a fare la propria parte sul contenimento delle emissioni di gas nocivi ed ha voluto indicare la Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici come un momento fondamentale di questo processo.

 

Il   pianeta   si   scalda.   Qualcuno   ancora   ne   dubita,   ma   il surriscaldamento dovuto alla incontrollata emissione di  gas da parte dell’uomo, primo fra tutti il C02, è un fatto   oramai accertato.
Invece che rassegnarci, dobbiamo intervenire. Non possiamo affrontare il rischio dell’inazione, anche per un obbligo morale nei confronti delle generazioni future. Il fatalismo non ha mai portato a nulla di buono. In questo caso potrebbe avere conseguenze nefaste per milioni di esseri umani e per il pianeta.
Ci siamo a lungo consultati prima di deciderci ad agire. Abbiamo studiato, analizzato i problemi. Ma dopo la diagnosi, bisogna passare alla terapia. Non possiamo più aspettare. Dobbiamo accelerare i tempi se vogliamo stabilire una nuova alleanza con la natura prima che sia troppo tardi. Da essa avremmo molto da guadagnare. Anche perché il rispetto per l’ambiente può diventare un potente motore di sviluppo.

Dal vertice dei paesi più industrializzati di Heiligendamm, lo scorso mese di giugno, sono usciti un segnale politico forte e un quadro di riferimento chiaro che dobbiamo ora riempire dì contenuti. Il nostro obiettivo deve essere quello di prepararci alla Conferenza mondiale sul clima di Bali del dicembre prossimo e in questa prospettiva le riunioni di Washington e Berlino saranno un appuntamento importante.
E’ fondamentale essere consapevoli che problemi globali come quello di cui stiamo parlando richiedono soluzioni anch’esse globali. Soluzioni condivise. Non possono quindi che essere le Nazioni Unite la cornice di riferimento del nostro agire.

Un approccio dove cambiamenti climatici/sicurezza energetica/sviluppo economico sono tutti aspetti del medesimo problema può offrire nuove opportunità. Perché un sistema di contenimento delle emissioni di gas nocivi è anche un sistema che, oltre a migliorare la qualità della vita di ciascuno di noi, attenua la dipendenza energetica, riduce la forbice tra paesi ricchi e paesi poveri del mondo, disincentiva i processi migratori…

Abbiamo davanti ancora anni di ricerca e di sviluppo tecnologico. Ma chi punta il dito solo sui costi di una politica ambientale all’altezza delle sfide del nostro tempo non considera un altro elemento egualmente importante: il fatto che sarà presto la domanda di prodotti puliti a far calare sensibilmente il costo delle nuove tecnologie. Ricordiamoci dei telefonini o di internet appena quindici anni fa…

In Europa abbiamo preso decisioni importanti al Vertice dei capi di stato e di governo di primavera: la riduzione unilaterale del 20% entro il 2020 di emissioni di gas serra e una serie di misure egualmente ambiziose in tema di efficienza energetica, fonti rinnovabili e biocombustibili. Ma è evidente che un’intesa post-Kyoto non potrà che essere raggiunta all’interno delle Nazioni Unite.
L’Italia continuerà a fare la propria parte in questo processo. E non potrebbe essere diversamente. Dalla Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici svoltasi a Roma nei giorni scorsi è emerso chiaramente come il territorio italiano costituisca un patrimonio di enorme valore per la sua biodiversità, la qualità ambientale e paesaggistica, per la presenza diffusa di beni culturali, archeologici e storici. Un ambiente unico al mondo, una risorsa fondamentale ai fini del discorso che stiamo facendo, che ci impone in un certo senso di dare l’esempio.

Sempre a Roma, in novembre, si svolgerà il Congresso Mondiale dell’Energia, che riunirà rappresentanti delle industrie, dei governi, delle organizzazioni internazionali, degli enti di ricerca, oltre che studiosi ed esperti; un’occasione di dibattito mondiale al più alto livello sulle tematiche energetiche.
Il 2009, in cui l’Italia avrà la presidenza del G8, sarà un anno cruciale per definire il quadro post-2012. Ed è con questa consapevolezza che ci stiamo preparando.
Vorrei ora soffermarmi brevemente su 4 punti relativi al tema specifico dell’adattamento. Tema cruciale, assieme all’altro della mitigazione, perché tratta di come vivere nel modo migliore possibile in un situazione climatica nuova, non reversibile nel breve-medio periodo.

Il primo punto è programmare. E’ necessario integrare nei piani di sviluppo nazionali le misure di adattamento. La programmazione, infatti, ha costi inferiori rispetto alle misure di riparazione e costituisce il modo più efficace per sostenere gli investimenti pubblici e privati che rafforzano le capacità di risposta ed evitare quelli che invece accrescono le vulnerabilità del sistema. Il settore privato è determinante.

Un secondo punto è quello della prevedibilità. La capacità di conoscere in anticipo costituisce uno degli elementi indispensabili alla predisposizione dei piani di adattamento. E’ necessario sollecitare una partecipazione piena della comunità scientifica e dei vari soggetti titolari di attività di monitoraggio per evitare che l’inazione dovuta alla mancata o errata conoscenza possa ripercuotersi in danni irreversibili per l’ambiente con conseguenze gravissime per le popolazioni.

Il terzo riguarda le politiche di aiuto allo sviluppo. Il ruolo delle politiche di aiuto allo sviluppo in materia di adattamento diventa decisivo poiché i cambiamenti climatici spesso vanificano i programmi di lotta alla povertà, per esempio in campo agricolo o turistico. Questo vale per l’aiuto bilaterale e per quello multilaterale, sia esso europeo, ONU, siano oppure delle istituzioni finanziarie internazionali. La situazione nei Caraibi e nelle piccole isole, tanto per fare un esempio, diventa sempre più drammatica. E’ per questo che l’Italia ha avviato programmi regionali sulle energie rinnovabili nei piccoli Stati insulari.

Ho lasciato per ultimo un punto cui tengo in modo particolare. L’acqua. Considerata tradizionalmente come una risorsa abbondante, l’acqua è finalmente percepita per quello che è veramente: una risorsa preziosissima e limitata. Giustamente figura tra gli Obiettivi del Millennio visto che – secondo la FAO -nel 2025 1,8 miliardi di persone vivranno in aree con assoluta mancanza di acqua mentre i 2/3 della popolazione mondiale potrebbe fare i conti con una situazione di scarsità. I problemi connessi all’accesso e alla gestione delle risorse idriche, aggravati dai cambiamenti climatici, rappresentano una seria minaccia alla crescita e alla stabilità in molti paesi. Misure di adattamento sono qui assolutamente prioritarie. Il know-how esiste, ma occorre agire subito. E’ in questa ottica che il governo italiano – tra i maggiori donatori delle istituzioni internazionali per programmi idrici e di lotta alla desertificazione  ha chiesto che l’acqua sia riconosciuta a livello internazionale come un bene comune, cui consegue un diritto umano inalienabile.

Vi ringrazio.

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